Sionismo si o no?
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| Theodor Herzl, fondatore del sionismo moderno |
Prima di rispondere a questo quesito bisogna comprendere cosa è e cosa significa SIONISMO.
Il sionismo (in ebraico ציונות) è un'ideologia politica il cui fine è l'affermazione del diritto all'autodeterminazione del popolo ebraico e il supporto a uno Stato ebraico nella regione che, dal Tanakh e dalla Bibbia, è definita "Terra di Israele".
Tale obiettivo è stato perseguito attraverso la colonizzazione della Palestina storica tentando, almeno a partire dagli anni 1930, di ottenerne un territorio il più esteso possibile e di ridurre al minimo la presenza di arabi palestinesi al suo interno.
Il sionismo emerse alla fine del XIX secolo nell'Europa centrale e orientale come effetto della Haskalah (illuminismo ebraico) e in reazione all'antisemitismo, inserendosi nel più vasto fenomeno del nazionalismo ottocentesco. Il movimento tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo si sviluppò in varie forme, tra le quali il sionismo socialista, quello religioso, quello revisionista e quello di ispirazione liberale dei Sionisti Generali. Esso favorì a partire dalla fine del XIX secolo flussi migratori verso la Palestina, prima sotto l'Impero ottomano e dopo la prima guerra mondiale affidata all'amministrazione britannica dalla Società delle Nazioni, che rafforzarono la presenza ebraica nella regione e contribuirono a formare un Nuovo Yishuv. Il sostegno al sionismo crebbe in particolare nel secondo dopoguerra, successivamente all'Olocausto e allo scadere del mandato britannico della Palestina: ciò portò condizioni più favorevoli per una dichiarazione d'indipendenza israeliana. La nascita dello Stato di Israele nel 1948, e soprattutto la nakba che ne conseguì, provocarono il rafforzamento dell'antisionismo, epicentro politico dei conflitti tra Israele e il mondo arabo.
Il protosionismo
Nel corso dei secoli, vi è sempre stata una corrente migratoria ebraica verso la Palestina, motivata essenzialmente da ragioni religiose. Il sionismo trae le sue radici dal nuovo ambiente culturale generatosi nell'ambito dell'emancipazione degli ebrei europei avviatasi a partire dalla Rivoluzione francese e per tutto il XIX secolo e dalla Haskalah. Le prime espressioni di un protosionismo si sostanziano ad esempio nella fondazione dell'Alleanza israelitica universale nel 1860, organizzazione volta all'emancipazione delle comunità ebraiche in Medio Oriente e Nordafrica, e nella pubblicazione di varie opere, tra le quali Roma e Gerusalemme, redatta nel 1862 dal filosofo ebreo tedesco Moses Hess, Derishat Zion del rabbino polacco-prussiano Zvi Hirsch Kalischer, e l'inno Hatikvah, il cui testo venne scritto da Naftali Herz Imber e che divenne poi inno dello Stato di Israele.
L'idea di uno Stato ebraico in cui l'antisemitismo fosse assente per definizione circolava dagli anni 1880 con i movimenti del Bilu e del Hovevei Zion, i cui manifesti ideologici furono il laico Selbstemanzipation, scritto da Leon Pinsker nel 1882, e il religioso Aruchas Bas-Ammi, scritto dal rabbino Isaac Rülf nel 1883. Molti dei promotori di questa idea individuavano come obiettivo la fondazione di un'entità statale nella regione storica definita "Terra di Israele", corrispondente geograficamente alla Palestina. Numerosi esponenti proposero invece altre regioni geografiche, come Argentina, Ecuador, Suriname, Amazzonia, Uganda, Kenya, Stati Uniti d'America, Canada, Australia. L'opzione di gran lunga più popolare restava però l'idea della Palestina, all'epoca regione governata dall'Impero ottomano, la quale sarebbe prevalsa a partire dal 1905.
Già nella seconda metà del XIX secolo vennero avviate iniziative finalizzate alla creazione di insediamenti ebraici nell'allora Palestina ottomana. Il filantropo Moses Montefiore finanziò nel 1861 la costruzione di un sobborgo ebraico a Gerusalemme, mentre nel 1870 venne fondata la Mikveh Israel, la prima scuola agraria ebraica, a cura di Charles Netter. A partire dal 1882 Edmond James de Rothschild divenne uno dei principali finanziatori del movimento sionista e acquistò il primo sito ebraico in Palestina, l'attuale Rishon LeZion; sempre dal 1882 anche Maurice de Hirsch fu un grande finanziatore di insediamenti, sia sionisti sia territorialisti. È nel 1882 che venne organizzata la Prima Aliyah, che portò la comunità ebraica palestinese (lo Yishuv) a passare dalle 25000 persone a oltre il doppio.
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| Prima pagina dell'edizione del The Jewish Chronicle del 17 gennaio 1896, che mostra un articolo di Theodor Herzl, un mese prima della pubblicazione del suo pamphlet Der Judenstaat |
La nascita del sionismo
Il fondatore del sionismo è considerato Theodor Herzl, giornalista austro-ungarico assimilato. Nel 1895 Herzl fu inviato come corrispondente del suo giornale a Parigi per seguire il processo dell'affare Dreyfus, esploso nel 1894 e che fu accompagnato da una feroce campagna di stampa francese che riproponeva stereotipi antisemiti. In seguito a questa esperienza Herzl si rese conto che l'assimilazione degli ebrei in Europa non potesse portare a una piena integrazione e che le comunità ebraiche necessitassero di un proprio Stato, dove potessero prosperare in sicurezza e lontani dell'antisemitismo. La sua conclusione derivava dalla sua esperienza nell'Impero austro-ungarico: in una compagine nazionale eterogenea, tutti i gruppi etno-nazionali disponevano di propri rappresentanti nel parlamento imperiale e potevano appellarsi a una propria "nazione" e "patria" dentro o fuori dai confini dell'impero, tutti tranne gli ebrei, né gli altri popoli riconoscevano gli ebrei come parte di essi.
Herzl avrebbe sviluppato la sua idea e l'avrebbe tradotta in Der Judenstaat, volume pubblicato all'inizio del 1896, senza conoscere gli scritti dei suoi predecessori, e subito tradotto in varie lingue. All'immediato successo del volume e al dibattito suscitato, Herzl fece seguire il primo congresso sionista, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Il Programma di Basilea affermò che «il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina». I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo comprendevano l'incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina, l'unificazione e l'organizzazione di tutte le comunità ebraiche, il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale e iniziative per assicurarsi l'appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo. Herzl si inserì in una tradizione di pensiero di lingua tedesca iniziata con Hess, e in quella tradizione riunì attorno a sé la prima generazione di leader sionisti: Max Isidor Bodenheimer, Max Nordau, Otto Warburg, David Wolffsohn, cui furono vicine anche personalità come Albert Einstein. Questa tradizione è quasi compattamente parte della corrente dei Sionisti Generali di ispirazione liberale.
Le idee di Herzl si inseriscono in un ampio movimento migratorio ebraico già in atto, causato nell'Impero russo dai pogrom degli anni 1881-1882 e poi degli anni 1903-1906. Secondo dati del 1930, dal 1880 al 1929 emigrarono dalla Russia 2285000 ebrei e di questi 45000 si stabilirono in Palestina, mentre la grande maggioranza dei restanti scelse gli Stati Uniti d'America. Nello stesso periodo 952000 ebrei abbandonarono la Polonia e l'Austria-Ungheria, di questi 40000 emigrarono verso la Palestina. La rilevanza demografica dell'emigrazione dalle terre soggette all'Impero russo portò all'emergere di una leadership di tali origini nel movimento sionista. La prima generazione comprese nomi attivi in campo culturale, tra i quali Ahad Ha'am, Eliezer Ben Yehuda e Aaron David Gordon, oltre che nella politica sionista, come Chaim Weizmann, Nahum Sokolow, Leo Motzkin, Menahem Ussishkin e Nachman Syrkin, come anche i primi rabbini che legittimarono il sionismo in ambito religioso, tra i quali Abraham Isaac Kook, Moshe Leib Lilienblum, Samuel Mohilever e Yitzchak Yaacov Reines. Nel sionismo statunitense, importante più dal punto di vista del sostegno finanziario che dell'emigrazione, svolse un ruolo fondamentale il rabbino Solomon Schechter.
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| Asilo a Rishon LeZion, 1898 |
Le migrazioni verso la Palestina ottomana
Herzl fece invano appello ai ricchi filantropi ebrei europei perché appoggiassero le sue proposte, ma scoprì la tradizione protosionista dell'Europa orientale, che egli ignorava e che lo sostenne. Dal 29 al 31 agosto 1897 Herzl organizzò il primo congresso sionista a Basilea, dove creò l'Organizzazione sionista mondiale, il massimo organismo politico ebraico fino alla istituzione dello Stato d'Israele. Herzl ottenne poi colloqui con vari capi di Stato (tra i quali Abdul-Hamid II, Guglielmo II di Germania, Vittorio Emanuele III e papa Pio X, oltre ai governi britannico e russo) per ottenere, invano, il loro assenso ufficiale al suo progetto. Inoltre Herzl pubblicò nel 1902 il romanzo utopico Altneuland. Non avendo ottenuto il sostegno ufficiale dell'Impero ottomano, fino al 1917 l'Organizzazione Sionista perseguì l'obiettivo della costruzione del progetto sionista mediante l'organizzazione della aliyah, strategia di immigrazione continua su piccola scala appoggiata attraverso istituzioni quali Die Welt, il giornale del movimento sionista, il Fondo Nazionale Ebraico, ente finalizzato all'acquisto di terreni agricoli ed edificabili, il Jewish Colonial Trust e la Anglo-Palestine Bank.
Tra il 1904 e il 1914 si verificò la Seconda Aliyah, che portò in Palestina circa 30000 persone dalla Russia, evento favorito anche dallo scoppio di vari pogrom sostenuti dalla pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Sion. Alcuni dei nuovi colonizzatori furono spinti da ideali socialisti e crearono i primi kibbutz, comunità organizzate secondo criteri collettivisti che vivevano di agricoltura. Molti degli immigrati si sistemarono nelle città o ne fondarono di nuove, come Tel Aviv, che da quartiere di Giaffa, crebbe fino a inglobare l'antica città, rendendola un sobborgo della nuova Tel Aviv. I pionieri sionisti portarono in Palestina la loro forza lavoro e l'idea europea di nazione. La comunità ebraica in Palestina si organizzò a livello associativo e istituzionale; grazie ai lavori di Eliezer Ben Yehuda si diffuse l'uso della lingua ebraica, la quale sostituì nell'ambito quotidiano lo yiddish e le altre lingue tradizionalmente usate dagli immigrati ebrei. Nel corso degli anni successivi si formò la seconda generazione di leader sionisti, tra i quali David Ben Gurion, Yitzhak Ben-Zvi, Ber Borochov, Berl Katznelson, Arthur Ruppin, Pinhas Rutenberg, Zalman Shazar, Iosif Trumpeldor, Meir Bar-Ilan e Vladimir Žabotinskij; a eccezione di Žabotinskij e Bar-Ilan, la leadership sionista era costituita quasi completamente da socialisti.
Il mandato britannico della Palestina
In piena prima guerra mondiale, nell'imminenza dell'ingresso delle truppe britanniche a Gerusalemme, strappata nel dicembre 1917 all'esercito ottomano, il Regno Unito si impegnò, con una lettera del segretario per gli affari esteri Arthur James Balfour a Lionel Walter Rothschild, banchiere britannico e attivista sionista e membro del movimento sionista britannico, a mettere a disposizione del movimento sionista, in caso di vittoria, dei territori in Palestina per costituire un "focolare nazionale", con il vincolo che questo non avrebbe dovuto pregiudicare "né i diritti civili e religiosi" delle popolazione preesistenti, "né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni". Il documento, realizzato tra l'estate e l'autunno 1917, venne scritto e mediato con la collaborazione di diversi esponenti del mondo ebraico, sia favorevoli sia contrari alla posizione sionista, tra cui il futuro presidente israeliano Chaim Weizmann, porta il nome di dichiarazione Balfour. Dopo aver occupato la regione nel corso della prima guerra mondiale e aver ottenuto dall'Impero ottomano il riconoscimento della conquista nel trattato di Sèvres nell'agosto 1920 l'Impero britannico chiese e, il 24 luglio 1922, ottenne dalla Società delle Nazioni un mandato sulla Palestina, che includeva anche la Transgiordania.
Nel frattempo si era già verificata una Terza Aliyah, anche quest'ultima principalmente dalla Russia, sconvolta dalla rivoluzione. La comunità ebraica in Palestina costituì nel 1923 l'Agenzia ebraica come organo di autogoverno, che nel 1929 fu riconosciuto dai britannici ricevendo la gestione di scuole, ospedali e infrastrutture. Nel frattempo si costituì clandestinamente l'Haganah. Nel 1924 Edmond James de Rothschild fondò la Palestine Jewish Colonization Association, che comprò più di 125000 acri di terreno, continuando dopo di lui l'opera che egli aveva intrapreso oltre quarant'anni prima. Tutto ciò favorì una Quarta Aliyah, proveniente soprattutto dall'Europa orientale. In questi anni in cui iniziò la costruzione dello Stato, si formò la terza generazione di leader sionisti, fra cui Abba Ahimeir, Haim Arlozoroff, Levi Eshkol, Nahum Goldmann, Uri Zvi Greenberg, Golda Meir e Moshe Sharett. Nel 1925 si formò la corrente revisionista, per opera di Vladimir Žabotinskij, in reazione ai primi scontri con gli arabi palestinesi e alla decisione britannica di chiudere la Transgiordania all'insediamento ebraico nel 1922 e in opposizione all'atteggiamento conciliante delle altre correnti sioniste.
Negli anni successivi al 1930 l'immigrazione ebraica aumentò notevolmente con la Quinta Aliyah, per via dell'alto numero di ebrei che abbandonavano la Germania a causa dell'ascesa al potere di Adolf Hitler e in seguito alle Leggi di Norimberga. Tra il 1929 e il 1939 la Palestina precipitò nei moti del 1929 e poi nella grande rivolta araba, nell'ambito dei quali si verificarono vasti scontri tra lo Yishuv e la popolazione araba palestinese, che furono sedati dall'esercito britannico, con un alto numero di vittime da ambo le parti. Nel 1939 i britannici, dopo aver proposto inutilmente diversi piani di divisione del territorio mandatario in due Stati distinti,[N 2] emisero una legge, il libro bianco, che limitò l'immigrazione ebraica a 75000 persone per una durata di cinque anni, cifra a cui sarebbero stati sottratti gli eventuali immigrati illegali individuati, e che dal punto di vista del movimento sionista sembrò favorire le ragioni degli arabi. Oltre a questo i britannici, ritenendo dopo i tentativi falliti che una spartizione sarebbe risultata impossibile perché rifiutata sia dal movimento sionista sia dalla popolazione araba, previdero la creazione di un unico Stato federale entro il 1949, dove i coloni ebraici sarebbero tuttavia stati una minoranza stimata, anche in base alle restrizioni sull'immigrazione, in un terzo della popolazione totale.
Durante la seconda guerra mondiale aumentò enormemente il numero di ebrei che cercavano rifugio in Palestina per sfuggire agli eccidi effettuati dai nazisti. Molti rifugiati ebrei dovettero entrare illegalmente in Palestina (fenomeno conosciuto come Aliyah Bet). Le organizzazioni ebraiche più moderate, come l'Haganah di David Ben Gurion, si limitarono agli scontri con gli arabi, mentre le organizzazioni sioniste più estremiste arrivarono ad aggredire apertamente i britannici, militari e civili. Fra queste ultime si distinsero l'Irgun di Menachem Begin e la Banda Stern, descritte dai britannici come organizzazioni terroristiche.
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| Il piano di spartizione della Palestina votato dall'ONU |
La nascita dello Stato di Israele e la guerra arabo-israeliana del 1948
In questo periodo la popolazione totale della Palestina di circa 1 846 000 abitanti era composta per due terzi circa da arabi (1 203 000, comprendenti anche una minoranza arabo-cristiana) e da un terzo di ebrei (608 000), con una piccola minoranza di altre etnie (35 000).
Nel maggio 1947 i britannici annunciarono il disimpegno dal mandato sulla Palestina e il suo abbandono entro un anno. Il 15 maggio 1947 fu quindi costituito l'UNSCOP, che il 3 settembre raccomandò a maggioranza la divisione della Palestina occidentale (quella orientale aveva già formato il Regno Hascemita di Giordania) in due Stati di simile estensione, uno a maggioranza ebraica (secondo le stime dell'UNISCOP 498 000 ebrei e 407 000 arabi e altro per il 56% del territorio) e l'altro a quasi esclusiva popolazione araba (10 000 ebrei e 725 000 arabi e altro per il 43% del territorio), mentre Gerusalemme sarebbe diventata una città internazionale (Corpus separatum) controllata dall'ONU (100 000 ebrei e 105 000 arabi e altro). L'UNSCOP nel suo piano raccomandava l'istituzione di forme di unione e collaborazione economica e commerciale tra i due Stati (con possibilmente anche una moneta comune), per cercare di diminuire le disparità economiche tra le due aree e cercare di minimizzare nel tempo gli attriti tra le due etnie.
Il 29 novembre 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite votò (33 sì, 10 no, 13 astenuti) la risoluzione 181, contenente la divisione della Palestina.
Le principali organizzazioni sioniste accettarono la proposta (rifiuti provennero dai gruppi più estremisti che puntavano alla costituzione di una "Grande Israele", comprendente tutto il territorio mandatario e parte delle nazioni confinanti), mentre gli arabi palestinesi e i Paesi arabi la rifiutarono. L'Agenzia ebraica dichiarò quindi l'indipendenza dello Stato d'Israele, che venne attaccato lo stesso giorno da Siria, Egitto, Iraq e Giordania in quella che fu la guerra arabo-israeliana del 1948, vinta dalle forze israeliane e che si concluse con una sequenza di armistizi, ma nessun trattato di pace. In seguito alla guerra, Israele conquistò un territorio più ampio di quello assegnato dalle Nazioni Unite, mentre la Giordania annesse la Cisgiordania e l'Egitto occupò la Striscia di Gaza. Gerusalemme restò divisa tra Israele e Giordania, assetto territoriale che rimase intatto fino alla guerra dei sei giorni. Lo Stato di Israele venne riconosciuto alla nascita dalle Nazioni Unite e da buona parte dei Paesi del mondo, ma la totalità dei Paesi arabi rifiutò di fare altrettanto.
Dal 1949 a oggi
Il 23º Congresso sionista, tenutosi a Gerusalemme nel 1951, si aprì simbolicamente davanti alla tomba di Theodor Herzl, che venne traslata da Vienna secondo il suo testamento. Con l'istituzione dello Stato di Israele il Programma di Basilea era stato realizzato e il congresso ridefinì quindi i compiti del movimento nel Programma di Gerusalemme, che identificò come principale obiettivo il consolidamento del nuovo Stato. Per quanto riguardava il rapporto fra Stato di Israele e Organizzazione sionista, il congresso approvò una risoluzione che chiedeva allo Stato di riconoscere l'organizzazione come organo rappresentativo del popolo ebraico in materia di partecipazione organizzata della diaspora alla costruzione di Israele. Nel 1952 la Knesset approvò una legge in tal senso. Nel 1950 lo Stato israeliano riconobbe con la legge del ritorno il diritto di qualsiasi ebreo del mondo di stabilirsi in Israele e ricevere la cittadinanza israeliana.
Caratteristiche
Il termine "sionismo" deriva dal nome del monte Sion, il primitivo nucleo della città di Gerusalemme. L'espressione fu coniata nel 1890 dall'editore ebreo austriaco Nathan Birnbaum nella sua rivista Selbstemanzipation, la quale riprendeva il titolo di un libro di Leon Pinsker del 1882. Il sionismo è quindi definito come il movimento obiettivo alla costituzione di un'entità statale ebraica specificamente in Palestina. Altri movimenti nazionalisti ebraici attivi nel XIX secolo furono il territorialismo, senza preferenze sul luogo e che trovò il suo massimo rappresentante in Israel Zangwill, e l'autonomismo, che chiedeva l'autonomia politica degli ebrei (soprattutto aschenaziti) nei loro tradizionali territori di insediamento dell'Europa centrale e orientale, idea fatta propria soprattutto dal movimento ebraico socialista del bundismo. Il movimento territorialista e autonomista furono poi marginalizzati dal sionismo. Il sionismo si divise nel corso del XX secolo in varie correnti; oltre a quello di ispirazione liberale, soprattutto tra i sionisti dell'Europa orientale si diffusero il sionismo socialista e il sionismo religioso. In Palestina nacque poi il sionismo revisionista.
I sionisti tendevano a rifiutare la lingua yiddish e le lingue nazionali europee, a favore della rinascita dell'antica lingua ebraica, tradizionalmente riservata solo all'ambito liturgico, come madrelingua, grazie agli sforzi di Eliezer Ben Yehuda nell'orale, di Mendele Moicher Sforim nella prosa e di Haim Nachman Bialik nella poesia. Nella prima metà del XX secolo si diffuse tra alcuni intellettuali sionisti la cosiddetta negazione della diaspora, consistente nell'assimilazione di elementi della cultura mediorientale, e il canaanismo, ideologia nata in seno al sionismo revisionista che esaltava l'identità culturale semitica che legava gli ebrei alle altre popolazioni del Medio Oriente. Il movimento sionista non vedeva originariamente come un problema la presenza della popolazione araba in Palestina, sostenendo che essa avrebbe tratto giovamento dall'immigrazione di europei in vasta scala, che avrebbe rivitalizzato la regione, e credendo che comunque la popolazione araba non costituisse in nessun modo un popolo con una propria identità nazionale, in quanto si sarebbe integrata, sempre secondo i sionisti, nel nascituro Stato (Herzl, Congresso di Basilea).
Esatto, la tua affermazione è corretta. Nella Tavola delle Nazioni (Genesi 10), Askenaz (o Ashkenaz) viene citato esattamente in questo ordine genealogico all'interno della discendenza di Iafet:Noè \(\rightarrow \) Iafet (figlio) \(\rightarrow \) Gomer (nipote) \(\rightarrow \) Askenaz (pronipote).Il versetto chiave (Genesi 10,2-3) recita infatti:"I figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesec e Tiras. I figli di Gomer: Aschenàz, Rifat e Togarmà."Ecco come si sviluppa il contesto storico e linguistico legato a questo nome:Origini antiche: Nei testi biblici successivi (come in Geremia 51,27), Askenaz sembra essere associato a un regno o a un popolo situato nel "lontano nord" (spesso identificato dagli storici con gli Sciti o gli antichi Cimmeri).Evoluzione medievale: Nella letteratura rabbinica dell'XI-XII secolo, il termine ebraico Ashkenaz venne gradualmente riutilizzato per indicare la regione della Renania, in quella che oggi è la Germania occidentale.
Gli Ebrei Askenaziti: Da questa associazione geografica è derivato il nome con cui si identifica il gruppo etnico degli Ebrei Askenaziti, originari dell'Europa centrale e orientale, in contrapposizione agli Ebrei Sefarditi (legati alla Penisola Iberica).
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| Ebrei aschenaziti della Galizia |
Gli aschenaziti, o ashkenaziti, anche askenaziti (in ebraico אַשְׁכֲּנָזִים?, ashkenazim; AFI: [aʃkənaˈzim]; anche יְהוּדֵי אַשְׁכֲּנָז, yehudei ashkenaz, lett. "giudei di Ashkenaz"), costituiscono un gruppo etnoreligioso ebraico originario dell'Europa centrale e orientale, tradizionalmente legato alla lingua e alla cultura yiddish.
Gli aschenaziti discendono dalle comunità ebraiche stanziatesi nel Medioevo nella valle del Reno e successivamente spostatesi verso l'Europa orientale. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, gran parte della popolazione aschenazita emigrò negli Stati Uniti d'America, mentre molte delle comunità rimaste in Europa furono in seguito sterminate durante l'Olocausto.
Oggi gli aschenaziti costituiscono il gruppo etnico maggioritario tra gli ebrei: si stima che tra il 75% e l’80% della popolazione ebraica mondiale sia di origine aschenazita, mentre prima dell'Olocausto, nel 1930, essi rappresentavano il 92% degli ebrei in Germania.
Storia
Ashkenaz era il nome che, nell'ebraico medievale, designava la regione franco-tedesca del Reno; di conseguenza, «aschenazita» significa propriamente «germanico» o «della Germania». Il nome Ashkenaz, nella tradizione ebraica, compare nella Genesi, dove, secondo la Tavola delle Nazioni, indica una popolazione discendente da Iafet, uno dei figli di Noè.
Nel racconto biblico si narra che, dopo il diluvio universale, i figli di Noè – Sem, Cam e Iafet – divennero i capostipiti dei popoli del mondo: da Sem derivarono i semiti, da Cam i camiti e da Iafet i cosiddetti «popoli del nord». Non è chiaro a quali genti specifiche si faccia riferimento; tuttavia, la Tavola delle Nazioni, intesa come schema etnologico biblico, afferma che i discendenti di Iafet si dispersero verso il settentrione. Ciò contribuì probabilmente all'identificazione, in epoca medievale, delle comunità ebraiche stanziate nelle regioni germanofone con il nome di Ashkenaz.
Nel IX secolo, l'immigrazione in Germania di numerosi ebrei provenienti dall'Italia settentrionale e dalla Francia diede origine a una parte consistente delle comunità aschenazite della regione renana; un esempio rilevante è costituito dalla famiglia dei Kalonymos.
Alcuni intellettuali, tra cui Arthur Koestler, hanno invece proposto la cosiddetta «teoria dei cazari», secondo la quale gli aschenaziti discenderebbero dai Cazari, una popolazione eterogenea di lingua turca dell'alto Medioevo, stanziata nella steppa pontico-caspica e convertitasi all'ebraismo nell'VIII secolo (la steppa pontico-caspica si estende dalla regione settentrionale del Mar Nero fino a oriente del Mar Caspio, dall'Ucraina centrale alla Russia meridionale e al Kazakistan occidentale).
Sin dall'XI secolo, la letteratura rabbinica identificò gli aschenaziti come l'insieme delle comunità ebraiche di lingua yiddish, affine al tedesco, stanziata nell'Europa centro-orientale. Questo insieme comprendeva sia gli ebrei della diaspora insediati nelle regioni della Renania e del Palatinato, nel Sacro Romano Impero, che i loro discendenti stabilitisi nei regni slavi orientali, come Russia, Polonia e Lituania.
In epoche successive, molti di essi emigrarono, formando, oltre alle comunità già presenti in Germania e nella Francia orientale, nuovi insediamenti in Boemia, Italia settentrionale, Paesi Bassi, Ungheria, Polonia, Russia, Ucraina e in altri territori dell'Europa orientale. Per questo motivo, il termine «aschenazita» è spesso associato alla figura dell'Ostjude, ossia l'ebreo originario dell'Europa nord-orientale. Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo si verificò inoltre una massiccia emigrazione aschenazita verso gli Stati Uniti d'America.
La distinzione tra aschenaziti e sefarditi è principalmemte di natura geografica, essendo questi ultimi originari delle regioni del Vicino Oriente e, in seguito, della penisola iberica e delle aree mediterranee. Tuttavia, si possono individuare anche differenze di carattere rituale e culturale: ad esempio, i sefarditi, a differenza degli ashkenaziti, consumano legumi durante la Pasqua ebraica (Pesach); divergono inoltre alcune pratiche relative alla macellazione rituale (shechità) e alla recitazione delle selichot, (preghiere penitenziali), che gli ashkenaziti recitano per un periodo più breve rispetto ai sefarditi, generalmente limitato ai giorni precedenti il capodanno ebraico.
Demografia
Si stima che, nell'XI secolo, gli aschenaziti costituissero appena il 3% della popolazione ebraica mondiale; essi raggiunsero, al culmine della loro espansione demografica (1931), circa il 92%, mentre oggi rappresentano approssimativamente l'80% del totale (Elazar 1992). La maggior parte delle comunità ebraiche con una lunga tradizione in Europa è di origine aschenazita, ad eccezione di quelle delle regioni mediterranee. Una larga parte degli ebrei che, negli ultimi due secoli, hanno lasciato l'Europa diretti verso altri continenti, in particolare verso gli Stati Uniti, apparteneva al gruppo degli ashkenazim.
L'origine degli aschenaziti orientali, parlanti lo yiddish orientale, è legata all'accoglienza, nel 1349, da parte del re di Polonia Casimiro III, dei profughi ebrei espulsi o fuggiti dai pogrom avvenuti nello stesso anno in Renania. Questo evento contribuì alla formazione della più ampia comunità ebraica del mondo tra XIX e XX secolo, caratterizzata da una relativa omogeneità genetica, in quanto derivante da un numero limitato di famiglie originarie sviluppatesi nel corso di diversi secoli. Alla fine del XIX secolo tale comunità contava circa 6 milioni di individui e oggi, a seguito delle migrazioni, costituisce una componente maggioritaria della popolazione ebraica in Israele e negli Stati Uniti.
Gli aschenaziti orientali erano diffusi prevalentemente in piccoli centri rurali situati nei territori dell'antica unione tra il Regno di Polonia e il Granducato di Lituania (nelle attuali Polonia, Bielorussia e Ucraina occidentale). Con l'annessione di queste regioni all'Impero russo nei secoli successivi, agli ebrei fu consentito di risiedere principalmente in piccole città e villaggi, detti shtetl, all'interno della cosiddetta «zona di residenza».
Una parte della comunità aschenazita proveniente dall'Europa nord-orientale si stabilì anche in Italia, in particolare nel Ghetto di Venezia, il più antico ghetto ebraico d'Europa. La storia di questa comunità è oggi documentata attraverso oggetti e testimonianze conservati nel Museo Ebraico di Venezia.
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| I Neturei Karta protestano contro Israele per la liberazione della Palestina |
ANTISIONISMO
L'antisionismo è un movimento o un'ideologia che si oppone al sionismo, vale a dire il movimento politico nato alla fine dell'Ottocento per creare e sostenere uno Stato nazionale ebraico nella terra di Palestina. Esistono diverse correnti di pensiero antisionista, che variano in base alla motivazione politica, religiosa o sociale.Ecco le principali tipologie di movimenti e posizioni antisioniste:1. Antisionismo Religioso OrtodossoAlcune correnti ultra-ortodosse, come i Neturei Karta, si oppongono all'esistenza dello Stato di Israele per motivi teologici. Secondo la loro interpretazione della Torà, gli ebrei sono in esilio per volere divino e non devono stabilire uno Stato sovrano autonomo prima dell'avvento del Messia.2. Antisionismo Politico e Anti-imperialistaQuesto filone, molto diffuso in vari movimenti della sinistra radicale e nei gruppi filo-palestinesi, vede il sionismo come un'espressione di colonialismo o nazionalismo etnico che ha portato all'espropriazione della popolazione araba locale. I sostenitori di questa posizione denunciano le politiche attuali dello Stato di Israele e chiedono la parità di diritti o l'autodeterminazione per i palestinesi.3. La Sinistra Ebraica StoricaNel corso del XX secolo, e in particolare prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, vi è stata una consistente fetta di ebrei (inclusi intellettuali e partiti socialisti) che ha promosso soluzioni basate su uno Stato binazionale (arabo ed ebraico) o si è opposta all'idea di uno Stato etnico in favore di un internazionalismo progressista.
L'antisionismo è l'atteggiamento di coloro che si oppongono al sionismo, cioè al movimento politico fondato nel 1897 volto alla costituzione di uno Stato nazionale ebraico nella cosiddetta Terra Promessa, ossia parte del territorio della Palestina storica, che a quel tempo faceva parte della Siria ottomana, per poi passare sotto il mandato britannico.
Dal 1897 al 1948, l'antisionismo rappresentò l'opposizione ai tentativi di creazione del futuro Stato ebraico. Fra gli oppositori storici, vi sono alcuni gruppi di ebrei che negano legittimità di un tale Stato costituito nella Terra Promessa prima dell'arrivo del Messia; altri, come i Neturei Karta, ripudiano in toto l'idea stessa di uno Stato ebraico.
Dopo la fondazione di Israele del 1948, a cui seguirono la prima guerra arabo-israeliana e la Nakba, l'antisionismo crebbe considerevolmente anche tra i non ebrei. Da allora, gli antisionisti si propongono di difendere i diritti dei palestinesi: con ciò si intende sia i profughi fuggiti e dispersi per il mondo (principalmente in altri Paesi arabi), sia coloro che rimasero e acquisirono la cittadinanza israeliana, sia infine coloro che vivono nei territori occupati da Israele dal 1967.
L'antisionismo è un argomento controverso. Alcune personalità, del mondo ebraico e non, sostengono che l'antisionismo sia una nuova forma velata di antisemitismo, per la quale si è proposto il termine di neoantisemitismo.
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| Manifesto antisionista del 2003: due israeliani e un diavolo nazista (dalle braccia rappresentanti le bandiere degli USA e di Israele) che riescono, col potere dei soldi, a dominare il mondo. |
Antisionismo religioso
L'antisionismo ha un versante religioso interno alla cultura ebraica: fra gli oppositori per motivi religiosi si ricordano i Neturei Karta (נטורי קרתא, in aramaico "Guardiani della città") che rifiutano di riconoscere l'autorità e la stessa esistenza dello Stato di Israele, accusandolo di essersi dotato di una facciata religiosa (con l'uso di nomi religiosi per i partiti politici, la presenza di rabbini negli stessi, etc.) e di alterare i commentari alla Tōrāh secondo le esigenze sioniste.
Aliyah
Il sionismo ha la sua origine dal concetto di Aliyah, cioè il desiderio di tornare alla Terra Promessa. Tale parola ha descritto anche le migrazioni di alcuni ebrei verso la Palestina fin dai tempi antichi, ma il concetto, di stampo religioso, è più spesso legato al ritorno del messia. Sostenere l'aliyah non significa automaticamente sostenere il sionismo: alla nascita di questo movimento politico, esso fu avversato dalla grande maggioranza dei correligionari.
"Eretz Israel" e "Medinat Israel"
Due concetti-chiave sono Eretz Israel o Terra d'Israele, espressione usata nella Bibbia (più nota in italiano come "Terra promessa"), e Medinat Israel, che corrisponde allo Stato di Israele, costruito dai sionisti. Gli ebrei antisionisti rifiutano l'idea che queste due entità possano coincidere.
Antisionismo laico
L'opposizione politica allo stato di Israele contesta il fatto che esso si sia organizzato come uno Stato degli ebrei, identificando i propri cittadini su base etnica e religiosa, discriminando di fatto i non ebrei, che ammontano al 20% dei cittadini israeliani, principalmente arabi.
Secondo lo storico Benjamin Balthaser, la sinistra ebraica è stata antisionista nel Novecento, e questo atteggiamento si sta rafforzando negli anni 2020. Tra le personalità antisioniste di spicco nel mondo ebraico figurano Norman Finkelstein, Gabor Maté, Judith Butler, Noam Chomsky e Moni Ovadia.
Matrimoni interreligiosi
In particolare, la questione dei matrimoni interreligiosi ha attirato molte critiche. Si tratta di un tema controverso in Israele, in quanto non sono riconosciuti legalmente se celebrati nel Paese, anche se vengono riconosciuti quelli celebrati all'estero; sui matrimoni è tuttora in vigore il sistema detto millet usato nell'Impero ottomano. In effetti, i matrimoni interreligiosi trovano forte opposizione tra gli ebrei israeliani: nel 2015 riguardavano approssimativamente il 2% della popolazione, ma, secondo uno studio condotto nel 2014-2015, il 97% degli ebrei israeliani si sentirebbe a disagio se un loro figlio sposasse un musulmano; la percentuale scenderebbe all'89% nel caso in cui il figlio sposasse un cristiano. Secondo il quotidiano Jerusalem Post, nel 2021 la percentuale era arrivata al 7%, il che veniva percepito come una grave minaccia per la sopravvivenza degli ebrei.
Nel 2005, Bentzi Gopstein fondò l'organizzazione contro la "mescolanza" Lehava, chiamando i matrimoni tra ebrei e non ebrei un "secondo Olocausto" Membri di questa organizzazione hanno pattugliato alcuni insediamenti a Gerusalemme Est per scoraggiare le donne ebree dal frequentare uomini palestinesi. Nel 2019, Gopstein è stato formalmente accusato di incitamento al terrorismo, alla violenza e al razzismo. Alcune municipalità hanno preso delle misure per impedire relazioni interreligiose: nella città di Petah Tikva, alcuni funzionari hanno aperto un numero di telefono da chiamare per segnalare le donne ebree che frequentassero uomini palestinesi, e si offriva loro "sostegno psicologico". Alcune organizzazioni offrono aiuto alle donne che frequentano un uomo arabo, definendole "prigioniere".
Post-sionismo
Lo stesso argomento in dettaglio: Post-sionismo.
Seppur non definibili esplicitamente antisionisti, molte personalità di cultura ebraica sono o sono stati molto scettici verso l'ideologia sionista. Tra gli intellettuali ebrei più famosi a rientrare in questa categoria sono Albert Einstein e Hannah Arendt: preoccupati della visione etnonazionalista di uno "Stato ebraico", nel 1948 scrissero, insieme ad altri intellettuali ebrei, una lettera al New York Times in cui veniva fortemente criticata la visita negli Stati Uniti di Menachem Begin, definendo i metodi e l'ideologia del suo partito Tnuat Haherut (formato dopo lo scioglimento ufficiale dell'Irgun) come ispirati a quelli dei partiti nazisti.
In Italia, Primo Levi fu favorevole alla fondazione dello Stato israeliano, anche se l'idea di un trasferimento in Palestina non lo attraeva; tuttavia, assistendo alla repentina trasformazione di Israele in uno stato "diverso, militare e spregiudicato", ne prese progressivamente le distanze, fino a condannarlo apertamente durante l'invasione israeliana del Libano. A seguito dell'attentato di Monaco, Natalia Ginzburg scrisse un articolo in cui rifletteva sulla sua identità e distingueva nettamente tra l'immagine storica degli ebrei come popolo perseguitato, fragile e "randagio", e la nuova realtà di Israele come nazione potente, aggressiva e vendicativa, esprimendo il timore che il sionismo avesse smarrito la storica "attitudine alla riflessione" e alla sofferenza tipicamente ebraica.
Ad oggi, sono considerati post-sionisti gli storici della nuova storiografia israeliana, una corrente che mette in discussione l'ideologia sionista dalle fondamenta da un punto di vista sia storico che politico.
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| Un cartello esposto durante una protesta a Edimburgo, in Scozia, il 10 gennaio 2009 |
Antisionismo e antisemitismo
In anni recenti, molti commentatori hanno sostenuto che la difesa dei palestinesi in alcune manifestazioni antisioniste coprano in realtà sentimenti antisemiti. A tal proposito è stato coniato il termine di nuovo antisemitismo, cioè una forma di razzismo antiebraico che si serve di argomentazioni antisioniste.
Dibattito sulle due nozioni
Scrivendo nel 1973 sul Congress Bi-Weekly dell'American Jewish Congress, il ministro degli esteri israeliano Abba Eban identificò l'antisionismo come "il nuovo antisemitismo":
Abbiamo assistito all'ascesa della nuova sinistra che identifica Israele con l'establishment, con l'acquisizione, con il compiacimento, con, di fatto, tutti i nemici fondamentali... Non ci si può sbagliare: la nuova sinistra è l'autrice e la progenitrice del nuovo antisemitismo. Uno dei compiti principali di qualsiasi dialogo con il mondo gentile è dimostrare che la distinzione tra antisemitismo e antisionismo non è affatto una distinzione. L'antisionismo è solo il nuovo antisemitismo. Il vecchio antisemitismo classico dichiarava che gli stessi diritti appartengono a tutti gli individui della società, tranne che agli ebrei. Il nuovo antisemitismo afferma che il diritto di stabilire e mantenere uno Stato nazionale sovrano indipendente è prerogativa di tutte le nazioni, a patto che non siano ebree. E quando questo diritto viene esercitato non dalle Isole Maldive, non dallo Stato del Gabon, non dalle Barbados... ma dalla più antica e autentica di tutte le nazioni, allora si dice che questo è esclusivismo, particolarismo e una fuga del popolo ebraico dalla sua missione universale.
Nel 1974, Arnold Forster e Benjamin Epstein della Anti-Defamation League pubblicarono il libro Il nuovo antisemitismo. Essi esprimevano preoccupazione per quelle che descrivevano come nuove manifestazioni di antisemitismo provenienti da figure della sinistra radicale, della destra radicale e filo-palestinesi negli Stati Uniti. Forster e Epstein sostengono che si tratta di indifferenza nei confronti delle paure del popolo ebraico, di apatia nei confronti dei pregiudizi anti-ebraici e di incapacità di comprendere l'importanza di Israele per la sopravvivenza degli ebrei.
Recensendo il lavoro di Forster ed Epstein sulla rivista Commentary, Earl Raab, direttore del Nathan Perlmutter Institute for Jewish Advocacy della Brandeis University, ha sostenuto che un nuovo antisemitismo stava effettivamente emergendo in America negli anni 1970, sotto forma di opposizione ai diritti collettivi del popolo ebraico, ma ha criticato Forster ed Epstein per averlo confuso con i pregiudizi anti-Israele.
Negli anni 1980, Allan Brownfeld ha criticato il lavoro di Forster ed Epstein: nel Journal of Palestine Studies ha scritto che la nuova definizione di antisemitismo di Forster e Epstein banalizza il concetto, trasformandolo in "una forma di ricatto politico" e "un'arma con cui mettere a tacere qualsiasi critica a Israele o alla politica statunitense in Medio Oriente".
Negli anni 1990, Edward S. Shapiro, in "A Time for Healing: American Jewry Since World War II", ha scritto che "Forster e Epstein insinuavano che il nuovo antisemitismo fosse l'incapacità dei gentili di amare abbastanza gli ebrei e Israele".
Negli anni 2000, Brian Klug sostiene che il neoantisemitismo è "un mito" che confonde l'antisionismo con l'antisemitismo, banalizza il significato di antisemitismo e anzi lo sfrutta per mettere a tacere i dibattiti, trattando da "demonizzanti" le legittime critiche a Israele.
Ebreo che odia sé stesso
L'espressione ebreo che odia sé stesso è usata, con valenza peggiorativa, per indicare una persona di origine ebraica che nutre pensieri antisemiti. È apparsa per la prima volta nel libro Der Jüdische Selbsthass (let. "L'odio di sé ebraico") di Theodor Lessing (1930), in cui descriveva l'atteggiamento di ebrei che simpatizzavano per il nazismo.
Questa locuzione è stata poi utilizzata soprattutto nel dibattito sul sionismo, spesso per delegittimare una persona di cultura ebraica che si oppone all'ideale sionista.
Dibattito sull'uso della definizione di antisemitismo dell'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto
La definizione di antisemitismo elaborata dall'Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance) nel 2016 è oggetto di dibattito, in quanto fornisce alcuni esempi concreti di "antisemitismo contemporaneo" che includono lo Stato di Israele: per esempio, è definito antisemita Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti.
Secondo Nicola Perugini, ricercatore in Relazioni internazionali all'Università di Edimburgo, durante le fasi di discussione «emerge con chiarezza la partecipazione di esponenti del governo israeliano (...) per orientare il dibattito» «nel 2016, sette punti su undici del documento fanno diretto riferimento alle politiche istituzionali d’Israele».
Nel 2025, l'amministrazione americana, che ha adottato la definizione di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance, ha citato questa definizione nei suoi ordini esecutivi, quando Donald Trump ha tagliato i fondi delle università americane che non hanno sanzionato le manifestazioni contro la politica di Israele. Secondo questa interpretazione, contestare il sionismo equivale a essere antisemita, e a mettere in pericolo gli studenti americani di religione ebraica.
Fra le critiche a questa scelta dell'amministrazione Trump vi è quella di Kenneth Stern, direttore del Centro di studi sull'odio (''Center for the Study of Hate'') al Bard College e principale redattore della definizione di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance. Secondo Stern, questa scelta dell'amministrazione americana di "usare come arma" (weaponizing) la definizione di antisemitismo non fa sentire gli studenti americani ebrei più sicuri bensì meno sicuri, e li sta spingendo ad abbandonare il movimento sionista.
Storia
1880-1890
Il sionismo fu teorizzato da Theodor Herzl, un ebreo austriaco, fondatore del movimento sionista al congresso di Basilea del 1897, in cui venne eletto presidente. Il sionismo restò un fenomeno limitato all'ebraismo dell'Europa orientale, sviluppandosi in una compagine nazionale eterogenea come si presentava a fine Ottocento l'Impero austro-ungarico: cechi, serbi, polacchi galiziani, tedeschi di Boemia avevano i propri rappresentanti nel Parlamento imperiale e potevano appellarsi a una propria nazione e a una propria terra che loro apparteneva, a differenza degli ebrei. Proprio per questa sua peculiarità, parte dello stesso mondo askenazita guardava con indifferenza, se non addirittura con ostilità, l'idea sionista. Rimasero totalmente estranei all'idea gli ebrei dei Paesi arabi.
1900-1910
Gli ebrei ortodossi, conservatori, riformati, gli ebrei di Palestina e molti rabbini chassidici si opposero.
Tra gli ebrei ortodossi askenaziti furono mosse al sionismo appunti soprattutto di carattere religioso, sostenendo che il ritorno alla Terra Promessa poteva avvenire solo con l'arrivo del Messia. Fatta eccezione per i pogrom russi, dal punto di vista sociale l'ebraismo stava vivendo un periodo di relativa tranquillità.
Si opposero al sionismo, in quanto espressione di nazionalismo, Lev Trotsky e Rosa Luxemburg. In Russia, la maggioranza degli ebrei si ritrovava in organizzazioni socialiste non sioniste. La più significativa era il Bund, movimento antisionista nato nel 1897 per promuovere nella diaspora un'autonomia culturale fondata sulla lingua e la cultura yiddish.
1920-1930
Fautori di una cooperazione arabo-ebraica, e quindi di una concezione funzionale al sionismo, furono negli anni '20 il gruppo B'rit Shalom (Patto di pace) e negli anni quaranta il gruppo Ihud, di cui fece parte Martin Buber; entrambi erano stati fondati da Jehuda Magnes, cofondatore e presidente dell'Università Ebraica. La forte immigrazione ebraica in Palestina sotto il mandato britannico (tra il 1920 e il 1945, immigrarono in zona 367'845 ebrei e solo 33'304 non-ebrei), a seguito della dichiarazione di Balfour, prima in via ufficiale e dopo il Libro Bianco del 1939 in maniera clandestina, portò la percentuale di popolazione ebraica del paese a passare dall'11% circa del censimento del 1922 (83'790 unità su un totale di 752'048) al 33% circa rilevato dall'UNSCOP nel 1947 (608'000 su un totale di 1'845'000).
La situazione creò un crescendo di tensione tra la popolazione preesistente e i coloni, che sfociò sovente in periodi più o meno prolungati di scontri (tra cui la rivolta araba del triennio 1936-39, che fu tra le cause dell'emanazione del Libro Bianco) e, a partire dagli anni trenta, ad azioni terroristiche dei gruppi sionisti più estremi come l'Irgun Zvai Leumi e il Lohamei Herut Israel, rivolte di volta in volta contro i britannici, la popolazione araba e gli ebrei accusati di collaborare con la potenza mandataria.
1940-1950
A seguito dell'Olocausto tra l'opinione pubblica occidentale iniziò ad essere vista con favore la creazione di uno Stato ebraico. La naturale conseguenza fu l'abbandono di quanto previsto nel 1939 dal Libro Bianco britannico (nascita di un unico Stato ad etnia mista nel 1949) e l'approvazione della risoluzione 181 che prevedeva la divisione del territorio in due Stati. Per i primi vent'anni successivi prevalse nel mondo - fatta eccezione per i Paesi arabi - una visione sostanzialmente favorevole allo Stato di Israele.
Anche in Occidente, tuttavia, vi furono voci critiche nei confronti del sionismo, soprattutto per quello che riguarda le sue componenti più estremiste. Nel 1948 diversi intellettuali ebrei residenti negli Stati Uniti (tra cui Hannah Arendt ed Albert Einstein) scrissero una lettera al New York Times in cui veniva fortemente criticata la visita negli Stati Uniti di Menachem Begin, alla ricerca di fondi e di contatti con il movimento sionista statunitense, definendo i metodi e l'ideologia del suo partito "Tnuat Haherut" (formato dopo lo scioglimento ufficiale dell'Irgun) come ispirati a quelli dei partiti nazisti e fascisti.
1960-1970
Nel 1967, a seguito della guerra dei sei giorni, il giornalista ebreo statunitense Isidor Stone ha scritto:
«... Israele sta creando una sorta di schizofrenia morale negli ebrei. Nel mondo esterno, il benessere degli ebrei dipende dal mantenere società laiche, non razziali, pluralistiche. In Israele, gli ebrei si trovano a difendere una società in cui i matrimoni misti non si possono legalizzare, in cui l'ideale è razzista ed escludente. Gli ebrei possono lottare altrove per la loro stessa sicurezza e per la loro stessa esistenza - contro principi e pratiche che in Israele si trovano a difendere.»
(I. F. Stone. For a new approach to the Israeli-Arab Conflict. The New York Review of Books, August 3, 1967)
L'opposizione politica allo stato di Israele cominciò a farsi sentire dopo la guerra del 1967 e la conquista dei Territori Palestinesi.
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| Manifestazione pro-Palestina a Cincinnati nel 1970: lo Stato di Israele viene accusato di attuare politiche naziste, foto di Tom Hubbard |
1980-1990
L'opposizione alle politiche israeliane si accentuò negli anni 1980 nel corso della prima guerra del Libano, con il massacro di Sabra e Shatila ad opera delle milizie falangiste libanesi alleate degli israeliani.[chiarire essendone responsabili i falangisti libanesi]
Le valutazioni storiche sulla nascita dello Stato ebraico, e sulle azioni del medesimo, cambiarono con la comparsa delle opere dei nuovi storici israeliani cosiddetti post-sionisti - da Avi Shlaim, a Tom Segev da Benny Morris a Ilan Pappé, vale a dire dalla fine degli anni ottanta. Ilan Pappé, ad esempio, ha sostenuto che durante la cosiddetta Nakba nel 1947-48 le autorità ebraiche agli ordini di David Ben Gurion praticarono una vera e propria pulizia etnica sistematicamente pianificata che portò all'espulsione di circa ottocentomila profughi palestinesi.
Benny Morris, partito anch'egli dal mettere in luce i fatti del 1948 e degli anni successivi, cambiò radicalmente posizione politica, sostenendo che la pulizia etnica nei confronti dei palestinesi avrebbe dovuto essere ancora più dura; tutto questo, però, senza cambiare una riga dei suoi scritti precedenti, a dimostrazione che considera tuttora di aver riportato comunque il vero. Questa opposizione è cresciuta ulteriormente a partire dall'inizio della seconda intifada, anche a causa del maggior accesso ai mezzi di comunicazione degli oppositori al sionismo grazie all'accesso ai nuovi media.
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| Emile Shoufani, presbitero archimandrita melchita ha organizzato il primo viaggio ebraico-araboad Auschwitz-Birkenau per ricomporre le polemiche sul sionismo |
2000-2010
Constatando che gli arabi sono spesso immersi in un contesto di negazionismo, per ricomporre le controversie sul sionismo nel 2003 Emile Shoufani, sacerdote palestinese archimandrita melchita organizza il primo pellegrinaggio interreligioso al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. In seguito a questo pellegrinaggio, nel 2005 Nazareth vede la fondazione del primo Museo arabo sulla Shoah.
Ebrei canadesi protestano contro Israele e l'occupazione dei territori arabi nel 2006
Alcuni auspicano un unico stato israeliano multietnico e multiconfessionale che riunisca in sé il territorio attualmente israeliano oltre ai Territori occupati. Fuori dal mondo ebraico, questa tendenza è sostenuta ad esempio da Virginia Tilley, autrice di "The One-State Solution". Fra gli ebrei 'diasporici' sono da ricordare gli storici Tony Judt, il politologo statunitense Bertell Ollman, il militante di sinistra Tony Greenstein ed il giornalista (di stanza a Tel Aviv) Arthur Neslen; degli israeliani, lo stesso Ilan Pappé, lo scrittore Uri Davis, l'attivista Michel Warschawski, condirettore israeliano (insieme al medico palestinese Majed Nassar) dell'Alternative Information Center (AIC), gruppo in cui israeliani e palestinesi cooperano al medesimo livello, e l'antropologo Jeff Halper, presidente dell'Israeli Center Against House Demolitions (ICAHD).
Il movimento alt-right
In questo ventennio, negli Stati Uniti prima e poi in varie parti del mondo prende forma il movimento internazionale di estrema destra alternative right "destra alternativa" più noto come alt-right. Si tratta di un movimento nazionalista e suprematista, che si oppone all'immigrazione e alla società multietnica e multirazziale.
Generalmente gli esponenti alt-right presentano contenuti antisemiti di separatismo razziale con gli Ebrei, antisionisti e negazionisti dell'Olocausto. Tuttavia, all'interno del movimento pro-Trump MAGA esponenti come Steve Bannon sono ultra-sionisti: Bannon ha intrattenuto per anni relazioni con Sheldon Adelson, miliardario americano sostenitore del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e oppositore della soluzione "a due stati" per risolvere la controversia fra Israele e Palestina.
2020
La controversia sull'antisionismo e il nuovo antisemitismo ha preso una dimensione drammatica dopo l'attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023. Diverse personalità hanno discusso pubblicamente se si trattasse o meno di una strage di matrice antisemita. In particolare Francesca Albanese, rapporteuse dell'ONU su Gaza, ha pubblicato numerosi dossier in cui ha sostenuto che Israele occupava territori palestinesi tenendoli in una situazione di apartheid e dopo l'attacco di Hamas ha pubblicato un tweet in cui negava che la strage avesse come causa principale l'antisemitismo e collegandola invece all'"oppressione israeliana" (response to Israeli oppression).
La reazione del governo israeliano all'attacco del 7 ottobre ha comportato innumerevoli vittime fra i civili di Gaza per le quali si sono mobilitati, fra gli altri, studenti universitari americani. L'amministrazione di Donald Trump, avendo adottato la definizione di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance, ha tagliato i fondi delle università americane che non avevano sanzionato le manifestazioni contro la politica di Israele. Secondo l'attuale amministrazione americana, contestare il sionismo equivale a essere antisemita, e a mettere in pericolo gli studenti americani di religione ebraica.
Fra le critiche a questa scelta dell'amministrazione Trump vi è quella di Kenneth Stern, direttore del Centro di studi sull'odio (''Center for the Study of Hate'') al Bard College e principale redattore della definizione di antisemitismo dell'International Holocaust Remembrance Alliance. Secondo Stern, questa scelta dell'amministrazione americana di "usare come arma" (weaponizing) la definizione di antisemitismo non fa sentire gli studenti americani ebrei più sicuri bensì meno sicuri, e li sta spingendo ad abbandonare il movimento sionista.
Dopo che l'amministrazione Trump ha de-finanziato le università americane accusate di antisemitismo, anche se queste avevano ceduto alle sue richieste riguardo alle restrizioni sulle proteste studentesche, tre eminenti studiosi americani dell'Università Yale, specialisti di fascismo, hanno annunciato contemporaneamente di lasciare gli Stati Uniti e andare in Canada, in modo da continuare lì a condurre le loro ricerche: si tratta di Jason Stanley, Timothy D. Snyder, Marci Shore In particolare Jason Stanley è ebreo ed ha criticato l'equivalenza fra antisionismo e antisemitismo.










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